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La città dolente
Alex Munthe

“Mai prima d’ora avevo sentito quanto forte fosse il legame che
mi avvince a questa terra.” Alex Munthe sente l’urgenza di
tornare a Napoli.Tra il 1884 e la fine del 1885 il morbo del
colera mette in ginocchio la città.Quel grido inascoltato giunge e
trafigge il cuore di uno scrittore che prima di tutto è un
medico.Le memorie più dolci, i ricordi più lieti risiedono tra le
colline di Sorrento, nel velo turchino dell’Isola di Capri, in quella
Campania Felix che fu per lui il “ Paradiso d’Italia.” Gli sfugge
però l’entità del problema, la velenosità di un morbo che sta
spazzando via famiglie intere. Vuole dedicarsi alle fasce più
indigenti, al popolino che vive ammassato nei fondaci, intende
curare quei volti sparuti che fanno capolino nei vicoli bui e
dimenticati. Ma i napoletani si affidano a una scienza tutta loro.
Una commistione di sacro e profano che li rende unici quanto
ineffabili.Con anima e corpo si affidano alla provvidenza,
recitano preghiere che diventano litanie, in una sacralità nella
quale si può sempre scorgere un’ avvisaglia, un cattivo
presagio. Munthe sa bene quando il suo aiuto non è visto di
buon occhio, allora si limita a osservarli, fa un passo indietro,
retrocede e timidamente li affianca.Con rispetto e ammirazione
rileva un fare umano, un atteggiamento esclusivamente
partenopeo, una solidarietà e una fratellanza condivisa.
“Annarella” diventa l’emblema dell’amore per l’umanità, la
nostra mente riproduce l’immagine di una Santa, una giovane
madre che allatta una neonata affetta dal morbo.Lo scrittore è
senza parole, ha conosciuto la vera nobiltà, quella dell’animo.È
testimone di una civiltà che arranca e vive nel degrado, gente
bisognosa che si è arresa piegandosi su sé stessa. Nonostante
la presenza di una miseria inenarrabile riesce a scorgere
un’eleganza tipica delle civiltà perdute. In quelle viuzze sudicie
e semi oscure incrocia profili di giovani bellissimi. Sono gli eredi
dell’ Ellade , di Roma, successori delle divinità immortali, anime
capaci di rischiarare quel cielo del Golfo di Napoli.

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